Riflessioni sull'amore umano

Si parte dall'amore vero, non un amore di concupiscenza, ma un amore di dilezione. Non è ipotetico il caso che il matrimonio sia la legalizzazione di un amore di concupiscenza, cioè un amore che non è un rapporto, ma piuttosto un egoismo camuffato. Una persona ha cercato, sotto la simulazione di un dialogo, il suo proprio bene, che nel caso concreto, le appariva essere quell'uomo o quella donna e tutto l'appagamento che poteva riceverne nella sfera erotica. Ma questo non lo chiamiamo amore, anche se di questo si tratta nella declamazione del cine, del romanzo, della cronaca che attrae e suggestiona. Noi vogliamo partire dall'amore di dilezione in cui l'accento è posto sul dono di sé: il motivo non sta in ciò che ricevo, ma piuttosto nel darmi scopertamente, anche se questo darmi finalmente mi arricchisce sempre più; e questa è la definizione dell'amicizia.
L'amore è autentico quando la persona si dà in assoluta realtà all'altra come a un tutto e a un solo e questo è l'amore «folle». La persona ha la possibilità di un solo amore folle, che lascia libera la sfera dell'amore di amicizia e le dà vibrazioni più profonde e più nuove. La persona può amare diverse persone di amore di amicizia, senza che nessuna si senta defraudata, perchè l'amicizia si desta sotto lo stimolo di una scoperta personale e si alimenta in una sfera che è caratteristica di questo caso che mi si presenta nuovo. Questo costituisce il valore in cui e per cui amo questa persona e alimenta il mio dialogo che sarà tanto più ricco nel tempo e nello spazio, quanto più alto sarà il tono di questo valore. Nell'«amore folle» la sfera del dialogo tende ad assottigliarsi sempre più, perchè questo amore non ha bisogno di simboli, di espressioni, non è mediato: la persona cerca di donarsi in una nudità ed in una povertà che non contamini in nessun modo il dono di sé. Le notti oscure di cui parla S. Giovanni della Croce sono la crisi per cui deve passare la persona, abituata a cercare simboli e appoggi nell'amore: si rende conto che viene impoverita, lasciata sola, senza risorse finché non si abitua a questa povertà essenziale. Allora la notte diventa più chiara di qualunque giorno.
Cerchiamo di puntualizzare la sostanza del tema in tre domande:
a) è possibile per l'uomo amare di amore folle due esseri, per esempio una creatura e Dio, oppure due creature?
b) è sufficiente per quello che Dio domanda a ciascuno di noi, l'amare una creatura di amore folle e Dio di un amore di amicizia?
c) è sufficiente nell'amore coniugale un amore di amicizia?
a) La risposta è: no. Perchè l'amore folle non si alimenta di qualcosa che è «mio» completamente a qualcosa che è «tuo»: ma è per la sua stessa essenza «tutto» e «solamente» dono di sé. Per esempio quello che mi attira all'amore di Dio è la fede, come appagamento della mia sete di verità o la speranza, che dà pace alla mia inquietudine di essere. Nell'amore folle di Dio le due virtù che fanno da supporto all'amore, sono «svuotate» come dice S. Paolo, quanto lo possono essere sulla terra. Amo Dio perchè Dio «è» e mi dono a Lui anche se non mi dà niente, solo perchè Egli merita che mi doni tutto a Lui; è ciò che il Padre de Foucauld definiva con queste parole: «s'éxaler devant Lui en pure perte de soi» (disintegrarsi davanti a Dio in pura perdita di sé). Solo nell'altra vita la fede e la speranza «passeranno del tutto» perchè resti solo l'amore; ma nei mistici la fede e la speranza sono tanto implicate nell'amore, che quasi non lasciano tracce apparenti. Santa Teresa del B. Gesù ha scritto pagine stupende su questo tipo di amore (v. ed. critica del '57, pag. 2234-36). «Se l'Astro adorato resta sordo ai bisbigli lamentosi della sua piccola creatura, se resta velato.... bene, la piccola creatura resta inzuppata, accetta di starsene intirizzita, e gode ancora di questa sofferenza che ha pertanto meritata». C'è sotto questo amore di pura benevolenza, un residuo di amore di concupiscenza, di cui la persona non può liberarsi per la sua stessa legge di struttura, ma è tanto assorbito da questo amore puro, dimentico di sé, che non entra per niente nel motivo dell'amore.
b) E' sufficiente amare Dio di un amore di amicizia, perchè nell'amore di amicizia è compresa la volontà efficace di non disgustare l'Amico, di non far nulla che vada contro la sua volontà. Quando uno ama di un amore folle una persona, e insieme ama Dio di un amore di amicizia, ama indirettamente Dio mediante la creatura e riconosce implicitamente che questa pienezza gli viene da Lui. Quando questo amore si spezza con la morte, questa persona ha l'impressione di un gran vuoto; gli ci vorrà molto a ritrovare l'equilibrio perduto e a scoprire la stessa mediazione che gli si è fatta invisibile. Una persona che è arrivata all'amore folle per una creatura e all'amore di amicizia per Dio, può dire a Dio: «Ti amo in lei, e perchè mi hai dato lei».
I due amori, quello di amicizia e quello folle per Dio, sono resi vivi, drammatici nell'incontro del giovane ricco con Gesù, raccontatoci da Marco al capitolo X: « .... che devo fare per avere la vita eterna?... Tu conosci i comandamenti» e poi: «Una sola cosa ti manca: va' vendi ciò che hai, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni, seguimi».
c) Non solamente è sufficiente all'amore coniugale un amore di amicizia; ma direi che è essenziale, per la continuità, il rinnovamento, la vitalità di questo amore, che uno dei due ami di un amore folle Dio e dell'amore di amicizia l'altro. Se i due si amano dell'amore folle, si chiude il circolo, manca il rifornimento della sostanza dell'amore. Nell'amore folle non siamo più sul semplice piano di una conoscenza con qualche scambio di doni, con una certa comunicazione di sé, come direbbe S. Tommaso: c'è il dono di tutto l'essere, ma questo essere è veramente senza progresso se non si rifornisce di continuo alla fonte che è Dio.
Quando una persona è impegnata in un amore folle e riserva a Dio un amore di amicizia, la sola speranza di non perdere Dio è che l'altra persona non ponga alternative: o Dio o me; perchè le può facilmente avvenire la rottura. A uno solo dei due coniugi dunque, è consentito di amare di amore folle l'altro; e l'altro deve tenersi aperto su Dio, amando Lui di amore folle, e aperto sulla creatura amandola di un amore di amicizia: che comporta gradi diversi e può arrivare a un grado altissimo senza essere «l'amore solitario e assoluto» che è riservato a Dio. L'amare Dio d'amore folle, non solamente non defrauda il coniuge, ma gli offre la possibilità di seguitare ad amare di amore folle la creatura senza perdere Dio.
A quale dei due coniugi spetta l'aprirsi su Dio per amarlo di amore folle? Naturalmente alla donna, perchè lei ha la missione di reintegrare l'essere, conservare e aumentare l'essere, in quanto la sua struttura è nella linea dell'essere e della conservazione. «Nel tuo ventre si riaccese l'amore» dice Dante. La pienezza di Dio passa per lei all'uomo. Perchè il serpente ha tentato Eva e non Adamo? Perchè Eva è più debole, più volubile, più sensibile? Mi pare più logico pensare che il tentatore ha cercato di rompere il contatto, dove naturalmente il contatto si stabilisce. Adamo non trova altra giustificazione, fuori di quella apparentemente puerile e poco responsabile: «La donna che tu mi hai messo al fianco mi ha dato del frutto dell'albero e ne ho mangiato» (Gen. 3, 12).
La donna è stata data all'uomo con la missione di far da glutine fra lui e Dio; e poteva farlo, amando di amore folle Dio: la sua disubbidienza invece è la prova del suo disamore, e Adamo immediatamente la incolpa, con un rancore incosciente e rivelatore che sembra perdurare in ogni uomo sotto le apparenze più diverse e contraddittorie.
Tutte le generazioni cristiane meditano sul ruolo di Maria nell'Incarnazione, di cui Eva è l'anti-tipo. Maria ha riunito l'umanità a Dio, amandolo di amore assoluto: l'amore del «sia fatto in me secondo la tua volontà». Maria ha amato certamente di un amore vero di sposa e di un amore intensissimo Giuseppe; ma il suo era un amore di amicizia e l'amore folle era solo per il Signore; «ecco la schiava del Signore....».

(seguito e fine nel prossimo numero)


Arturo Paoli
(da « Testimonianze » rivista mensile fiorentina di spiritualità)



in La Voce dei Poveri: La VdP novembre 1963, Novembre 1963

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