Lettera fra amici

Carissimo Don Sirio,
ho ricevuta in questo momento la sua lettera, sempre tanto cara, e mi precipito a risponderle, perchè non si deve perdere tempo quando, come nel mio caso, debbo chiedere perdono. Sì, Don Sirio, sono stata proprio egoista perchè non le ho scritto subito quando dovevo dividere con lei la grande gioia di sapere E. V. a posto, e finalmente tranquillo. Le debbo proprio chiedere di essere perdonata, perchè sono stata sollecita nel dividere con lei la mia pena, mentre non lo sono stata altrettanto nella contentezza. Vedo infatti, dalla sua lettera, la sofferenza per il bene che le è impossibile fare, e posso dire che la comprendo benissimo perchè tanto spesso questa è la mia stessa sofferenza.
Il patire per l'ottusità del mondo che ci attornia, troppo spesso chiuso ai nostri appelli, diventa spesso anche lo spasimo del mio essere, pure così meschino, e non posso neppure piangere su questa pena, perchè ne verrei incompresa, se non dileggiata. Non so quante volte Dio si sia servito di me per condurre in porto qualche cosa perchè, per fortuna, dimentico subito tutto e posso sempre guardare con patimento vero alla mia nullità. Ma forse i miseri che sperano lo ricordano - e si sparge così presto questa voce umana che sa tentare con l'adulazione! - così che troppo spesso si bussa alla mia porta e ricomincia il mio patimento.
Io, poi, alla mia volta, debbo seccare gli altri e questo mi è così sconvolgente da portarmi alla sofferenza fisica. E forse, all'opposto, nelle fabbriche dove vado a chiedere un posto per questo o per quello, pensano che io sia una petulante ficcanaso, mentre non posso neppure reggermi per il gran tremore delle mie gambe e sento scorrere copioso il sudore. Qualche volta non ne posso più e scoppio perfino in singhiozzi: ma sono sinceri, Don Sirio!
Sento l'egoismo della società umana, come un muro doloroso nel quale batte invano chi soffre: ed è tutto uno sconvolgimento così forte, e che non so descrivere, tanto che qualche volta penso che mi debba uscire il cuore e rompersi proprio su quel muro.
Mi dicono: «Lei non ha le croci, e se le fa!». Ma è perchè la croce di uno deve essere la croce di tutti, la pena di uno la pena di tutti... Non so scindermi da questo complesso umano, benché tanto pochi sono quelli che mi comprendono. La povertà, lei mi dice: per me è sofferenza, ed è un grande sbaglio. Prego Dio che mi liberi da questo tormento, Dio che ha saputo dare il soprappiù a Pietro, con la pesca miracolosa, chiedendogli in cambio l'amore... So di una persona che è serena eppure dà via tutto quello che ha: quando io mi sono spogliata di tutto trovo altri che bussano ancora e non trovano niente, e questo già cambia la serenità in tormento. Io non so trovare gioia nel fare il gesto dei poveri, e quando chiedo, è sempre un atto di miseria che non so colmare, non posso lenire. Per i miei malati, per il Treno Bianco, per lenire qualche disgrazia, vado sì, casa per casa tendendo la mano, ma mi costa tanto sacrificio, tanta vergogna, tanta sofferenza, che non so più qualificare il mio atto. Eppure, mi creda Don Sirio, vorrei amare Gesù molto ma molto di più e meglio che non Lo ami, è questo il mio solo desiderio, e mi sento così male di non saperLo comprende, di non saper fare niente, di valere meno di niente, che mi sento smarrita e infelice.
Dai primi di giugno sono sempre in giro, casa per casa a cercare ammalati per il Treno e, prima, per la Giornata dell'Ammalato: ma quante cose tristi, più tristi del male fisico, quanti bisogni e quale coscienza del mio niente! Povertà di terre abbandonate, povertà di focolari abbandonati, povertà nelle anime e nei corpi! Quante volte rientro in casa avvilita, impaurita di dover arrivare davanti a Dio con le mani vuote! Eppure so anche che Dio mi risponde quasi sempre: solo che mi lascia dimenticare completamente, e molto presto, quello che mi è accaduto. Se da una parte è bene, perchè mi vieta d'inorgoglirmi, dall'altra è male, per la mia stupidità, perchè ecco che io ricomincio presto a piangere per la sofferenza che mi dà l'impossibilità di risolvere tanti casi.
Lasci che le racconti di E. con ogni particolarità, per poterle dimostrare la grande cura di Dio. E. che io non conosco personalmente, è un povero giovane sbandato, solo al mondo, più rovinato dalla mancanza di una guida e la comunanza con esseri corrotti che per sua stessa natura. Avendo l'incosciente persuasione di trovarsi una famiglia in quella inesistente nella Legione Straniera, per pagare la somma pattuita con un losco arruolatore, si appropriò di una macchina da scrivere, e pagò, oltre questo reato, quello di non avere né casa, né famiglia, né i mezzi di sostentamento. Sfruttato, deriso, oltraggiato, bisognoso più di una guida morale che del vero e proprio pane: per questo lo raccomandavo ai Sacerdoti. Avrei potuto farlo venire qui (e forse mi sarebbe costato di meno) ma ero certa di non potergli dare il bene di cui aveva un reale bisogno. A Modena, Mons. R. gli fece trovare un lavoro ma lo lasciò solo; a Roma non seppero che farsene e lo mandarono a Salerno, da un parente più solo e più malandato di lui. Gli vollero dare un'elemosina che rifìutò: non aveva fame di pane, e intanto le sue lettere mi denotavano uno stato d'animo sempre peggiore. D'altra parte, a Salerno non conoscevo nessuno. Erano i primi giorni in cui trapelava qualche notizia sulla malferma salute di Papa Giovanni, e una mattina, in Chiesa, mi rivolsi, al Memento Domine, proprio a lui, l'uomo della terra più vicina a Dio.
Appena di ritorno a casa, ripresi il libro che stavo leggendo: Le lettere di S. Paolo, nella traduzione di Mons. Settimio Cipriani. Casualmente m'accorsi che Mons. Cipriani stava a Salerno. Gli scrissi subito, brevemente, dandogli l'indirizzo di E. «...continui a stargli vicina, e speriamo, con l'aiuto del Signore, di poterlo salvare» - mi rispose; poi, dopo pochi giorni: «Ho il piacere di comunicarle che abbiamo trovato per il Signor E. V. un posto di ragioniere presso una Ditta, con iniziale compenso di L, 60.000 mensili» e l'essenziale: «...sarò ben lieto di aiutarlo anche spiritualmente. Come vede la bontà del Signore sa fare anche i miracoli». La lettera mi giungeva mentre la radio informava il mondo della morte di Papa Giovanni...
Non è meraviglioso tutto questo, Don Sirio? E mi perdona per non avergliene parlato subito?
Grazie, Don Sirio, delle sue buone parole. Con sincero affetto, mi creda


M. R.


in La Voce dei Poveri: La VdP settembre 1963, Settembre 1963

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